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l’esperienza di collevario (mc)

Se si dovesse definire la scienza urbanistica sicuramente la si potrebbe definire come quella disciplina riguardante la pianificazione territoriale e lo studio del territorio dal punto di vista economico e sociale, con l’intento di agire su di esso tramite una riorganizzazione dello spazio e delle attività che vi si insediano.
Inoltre l’urbanistica dovrebbe essere una scienza che salvaguarda l’identità del territorio confrontandosi con la sostenibilità delle risorse ambientali presenti e della loro vulnerabilità, intervenendo dunque a priori in un’opera di razionalizzazione che andrà ad evitare ex-post interventi di recupero e di controllo.
Ma negli ultimi decenni l’urbanistica è stata lo strumento per vere e proprie operazioni di speculazione, con trasformazioni irreversibili del territorio senza riguardo per la sostenibilità ambientale e per i costi sociali che una progettazione sconsiderata comporta: abbattimento dei vincoli paesaggistici, uso scriteriato del territorio, mancata pianificazione degli impatti complessivi sugli abitanti e su tutta una città, sono alcune tra le pecche più diffuse del modo odierno di edificare.
In passato comunque non è sempre stato così, e per la città di Macerata vale la pena ricordare gli interventi di programmazione urbanistica legati in parte, alla figura del professor Luigi Piccinato, che intervenne sia per la progettazione del quartiere di Collevario, nel 1965, che per il vecchio piano regolatore generale.
La storia di Collevario e la sua attuale conformazione illustrano in modo esauriente quali siano i fini dell’urbanistica stessa, e, contemporaneamente, ci mostrano come la sua oculata progettazione non è stata completamente seguita, se non del tutto disattesa.
La scelta dell’area di Collevario fu dettata in primo luogo da esigenze di salubrità dell’area e dal facile aggancio del nuovo quartiere con i sistemi strutturali esistenti (via Roma), e rappresentava allora il logico completamento dello sviluppo cittadino. L’area, adagiata lungo una dorsale collinare, imponeva una impostazione volumetrica di sistemi edilizi lineari lungo le curve di livello e, a blocchi, lungo le normali della pendenza. In essa erano individuate diverse funzioni oltre quella abitativa: servizi sociali, aree verdi e sportive, zone commerciali o da destinare ad attività terziarie, funzioni la cui piena realizzazione avrebbe garantito un’elevata qualità della vita e favorito l’integrazione sociale.
Basilare in questo progetto urbanistico è il sistema del verde, articolato tra le residenze, in modo da assicurare lo svolgimento dei percorsi pedonali distinti da quelli veicolari, assicurando in tal modo il collegamento con le varie attrezzature sociali (scuole, centro quartiere, negozi,) senza intersezioni fra i diversi flussi. Questi percorsi pedonali si sarebbero dovuti integrare con i previsti porticati delle residenze, il cui scopo era quello di creare degli spazi semicoperti di socializzazione ed incontro.
L’architetto Piccinato dunque, coniugando la tipologia degli alloggi, il verde e i percorsi pedonali, aveva posto a riparo il quartiere dai mali più gravi delle nostre periferie, ovvero la mancanza di socializzazione, l’invivibilità dei quartieri, la separazione fisica tra i diversi ambiti sociali. I percorsi pedonali, ad esempio, non solo avrebbero consentito ai bambini di raggiungere le scuole senza mai allontanarsi dalle residenze e senza percorrere i marciapiedi adiacenti alle strade veicolari, ma venivano anche a creare punti di sosta e di relazione fra i residenti nei tratti di percorso coperto. Il progetto urbanistico del quartiere prevedeva inoltre la realizzazione di infrastrutture pubbliche nel centro del quartiere, per garantire la crescita economica, sociale, e culturale di tutta l’area.
Ciò che poi negli anni è stato realizzato la dice lunga su come tali progetti, anche di eccellenza, vengano spesso disattesi, indeboliti dal disinteresse nei confronti dei loro contenuti, dalla speculazione edilizia, per non considerare poi gli effetti dannosi derivanti dalla semplice incapacità di costruttori e amministratori e dalla completa mancanza di sensibilità e di cultura urbana degli stessi abitanti che hanno privilegiato il proprio spazio, inteso come limite intoccabile, a scapito di quello della socializzazione.
I percorsi pedonali che attraversavano i vari condomini sono stati infatti spezzati da muretti e recinzioni; i porticati, mal eseguiti perché non si è tenuto conto della difesa dagli agenti atmosferici, sono stati chiusi e destinati a magazzini. Nel centro del quartiere poi sono state realizzate solo ed esclusivamente attrezzature commerciali e non si è mai pensato e non si pensa tutt’ora alla realizzazione degli spazi culturali, di svago o di socializzazione in genere (Il tempo libero in Italia è inteso solo come opportunità all’acquisto).
La piazza prevista in origine sopra al supermercato è stata inoltre di recente invasa da attrezzature di condizionamento del supermercato stesso, mentre lo spazio a valle, ultimo rimasto quale spazio centrale di aggregazione, è stato anch’esso definitivamente ceduto al supermercato, come se la mancanza di attrezzature sociali e di punti di aggregazione fosse un particolare trascurabile di un progetto urbano e non invece una chiave essenziale per il miglioramento della qualità di vita delle famiglie, dei giovani -spesso privi di un qualsiasi spazio cui riferirsi- e dei nostri anziani, relegati nei migliori dei casi sulle panchine.
Quello che invece bisognava fare era l’adattamento del progetto urbanistico originario alla realtà dei luoghi e dei tempi, ma mantenendone i criteri e le linee guida.
I costi del mancato rispetto di quel progetto si ripercuotono come in un domino senza fine: la mancata realizzazione dei percorsi pedonali nelle aree a verde, ad esempio, ha determinato la creazione dei marciapiedi ai lati delle strade, e, proprio per questo, ad oggi le sedi stradali risultano inferiori al necessario perché nel progetto originario esse erano dotate solo di marciapiedi salvavita di limitata larghezza.
Quindi, nella Collevario attuale, come in altri quartieri moderni, la sola regola per la costruzione dei volumi edilizi è stata solamente la legge del profitto, e lo spazio residuo tra le costruzioni non è riuscito ad assumere una propria fisionomia capace di caratterizzare l’ambiente costruito e renderlo realmente godibile dai cittadini. Quello che era stato pensato come una struttura portante del quartiere, il sistema del verde integrato con le residenze e con i percorsi pedonali, è oggi solo una somma di distacchi tra edifici e nient’altro. Allo stesso modo la sovrapposizione ed integrazione delle varie funzioni in uno spazio urbano -socializzazione, circolazione, gioco, etc.- che rende i quartieri abitabili, meno noiosi, vivi, come lo erano in passato i nostri borghi, è stata tradita da una gestione misera, basata sul rispetto dei soli indici urbanistici e delle zonizzazioni teoriche. Il verde e gli spazi aperti in genere dovevano essere intesi non più solo come soluzione per i singoli ritagli di aree determinate dalle previsioni urbanistiche, ma come elementi da inserire in strutture multi funzionali ed integrate, per un modo di vivere che riconquistasse quei valori culturali e civili della cittadinanza presenti nei quartieri più antichi, ovviamente nati in altri contesti.
Il progetto originario del quartiere Collevario perseguiva, in conclusione, una continuità nella vita degli individui che è coerente con la continuità fisica fra abitazioni, percorsi destinati alla circolazione, spazi di lavoro, di svago, di riposo e di contatto sociale allargato; questo per impedire quella separazione fisica tra ceti ed etnie differenti e creare in tal modo un habitat ideale per la crescita sociale e per la creazione di un vero e proprio senso di cittadinanza.
L’urbanistica dunque è una disciplina che dovrebbe guidare sempre lo sviluppo urbano di una città, non solo attraverso una buona pianificazione, il riconoscimento di un’identità condivisa o la risposta ad esigenze di vita di tutti i giorni, ma evitando anche tutti quei problemi, anche di ordine sociale, a cui nel futuro non si potrà sfuggire. Troppo spesso invece l’utilizzo dell’urbanistica è piegato alle logiche speculative e clientelari, all’incapacità di gestione e di intervento, alla scarsa sensibilità politica su questi temi che sono centrali per una città. È come se i costi di tutto questo non ricadessero in modo pesante sui cittadini, non solo in termini economici e monetari, ma in particolare sulla loro stessa qualità di vita, sacrificando le necessità e i diritti dei molti a vantaggio di pochi.
Peccato… una grande occasione perduta.

Giancarlo De Mattia
Claudio Canullo

  1. Silvia Ricciardi
    11 Novembre 2008 alle 10:30 pm | #1

    Ho vissuto fino a poco tempo fa a Collevario, dall’età di 8 anni. Ne ho 34 ora. L’ho sempre ritenuto un bellissimo quartiere. Quando sono andata a vivere lì non c’era nulla. E alle elementari, con gli altri bambini di 4^ e 5^, realizzamo delle sorte di murales che poi appesero all’interno della scuola stessa, in cui disegnammo tutto ciò che poteva essere utile in un quartiere del genere. Pitturammo la farmacia, il campo sportivo, il supermercato e quant’altro. Mi è sempre piaciuto pensare che il MIO quartiere fosse diventato così bello grazie a noi bimbi delle elementari! Certo, poi la modernità ha tolto qualcosa, come ad esempio il fatto che abbiano chiuso i porticati che spesso vengono utilizzati come abitazioni! Però.. ciò che è utile c’è. Mi ricordo di una ludoteca, poi chiusa. Non ci andava nessuno! Me compresa. Era bello starecene fuori a giocare, nelle grandi città questo non è sempre possibile…
    Che dire.. il mio quartiere, comunque sia, mi manca molto. Conto di tornarvi! E se si potessero aprire o una ludoteca (per quando piove) o anche un bel centro anziani… non sarebbe poi un’idea malvagia!
    Un saluto.

  2. paghna07
    12 Novembre 2008 alle 12:03 pm | #2

    quello che silvia ha descritto è, secondo noi di waaa, l’esperienza della città: utilizzazione di spazi, creazione di nuove esperienze spaziali, loro progettazione… il tutto fatto da non-architetti (o, per essere più precisi, da non geometri).
    grazie silvia. spettiamo nuovi commenti

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