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Intervenire in centro storico: i nuovi mostri

L’edificio, l’isolato e lo spazio aperto, questi gli elementi attraverso i quali è possibile registrare le trasformazioni di un centro storico. Da evidenziare è la interdipendenza esistente tra i tre concetti, ognuno necessario nella definizione dell’altro:

l’edificio è l’elemento base, di solito coincidente, almeno in origine, con la proprietà;

l’isolato si costituisce proprio dall’aggregazione dei diversi edifici;

lo spazio aperto (dal vicolo che passa tra due palazzi alla piazza su cui insistono gli edifici principali della città) è la delimitazione dell’isolato, e lo relaziona con le altri parti del costruito: è a sua volta caratterizzato dagli aspetti “formal-funzionali” degli edifici che vi si affacciano.

Il carattere del centro storico è conseguenza significativa delle funzioni che in esso vi si succedono. Il predominio della religione e della politica è, ad esempio, emblematico di quasi tutte le città preindustriali. Una volta consolidati i limiti della città antica (‘700-‘800), i cambiamenti radicali, si registrano sostanzialmente con l’avvento del capitalismo: la città moderna è essenzialmente politica, ed il suo sviluppo risulta principalmente dalle funzioni di scambio ed amministrazione. Nel XIX sec. la città è ormai profondamente trasformata dalla produzione diretta dei beni. E sarà nel XX sec. che si verifica la maggiore trasformazione, quando questa produttività è essenzialmente respinta all’esterno, facendo assumere al centro delle città un ruolo principalmente direzionale e rappresentativo. In Italia, l’ultimo periodo in cui si sono verificate intense trasformazioni urbane, è stato in epoca in epoca fascista, quando gli interventi architettonici ed infrastrutturali andavano non solo a risanare i centri storici, ma anche a dare loro un carattere emblematico: a nostro avviso, tali interventi sono ad oggi gli ultimi veri esempi di un’architettura esteticamente dignitosa ed al tempo stesso volutamente riconoscibile nel tessuto urbano esistente.
Oggi nei nostri centri storici viviamo in una molteplicità di funzioni e di identità differenti, che invece di tradursi in un arricchimento creativo, ha portato ad una oggettiva difficoltà di intervento.
Immaginare un centro storico moderno, confacente alle esigenze di vita attuali, non significa prevedere un intervento urbanistico unitario, bensì predisporre e rendere possibili una rete di opere puntuali, contenenti in se più chiavi di lettura. Ogni intervento, infatti, non può rappresentare solamente se stesso, ma deve permettere le nuove funzioni calate nel contesto storico in cui si realizza, scardinando l’ordine degli elementi – tipologico, costruttivo e strutturale – ordine che, allo stato attuale, ha determinato l’inadeguatezza e quindi l’utilizzazione parziale dell’edificio antico.
Tenendo fermo l’assunto che le scelte formali ed architettoniche sono proprie di ogni singolo progettista, è da evidenziare che la tecnica attuale permette oramai molteplici possibilità di soluzioni formali e di linguaggio, anche all’interno del tessuto storico, con assoluta libertà di pensiero e per dirlo alla maniera di W. D. Prix dei Coop Himme(l)blau,“La sola invenzione possibile è finalmente l’invenzione impossibile”.(1) Tale libertà rimane però tarpata dalla (non)cultura odierna, che tende invece a negare completamente, ed in maniera miope, interventi “non allineati” con la storia.
Salvaguardare l’esistente, significa riconoscere e prendersi cura di ciò che ha valore, e se l’intervento diventa necessario, è giusto intervenire con chiavi di progetto in linea con la contemporaneità. In questa ottica si inserisce il pensiero di Camillo Boito, che scriveva: “Nel caso che le dette aggiunte o rinnovazioni tornino assolutamente indispensabili per la solidità dell’edificio o per altre cause gravissime ed invincibili, e nel caso che riguardino parti non mai esistite o non più esistenti o delle quali manchi la conoscenza sicura della forma primitiva, le aggiunte o rinnovazioni si devono compiere nella maniera nostra contemporanea…”.(2)
Saremmo anti-storici se volessimo riprodurre la storia. E’ la storia stessa a trasmetterci una sovrapposizione di linguaggi diversi tra loro (di epoche diverse), quindi come poter negare in un centro storico i segni lasciati dal medioevo, dal rinascimento, dal barocco… essi sono testimonianze arrivate ai giorni nostri come un unicum di cui noi oggi apprezziamo le diversità.
Ogni epoca ha lasciato la propria testimonianza, mentre la gestione attuale dell’attività edilizia del centro storico, quantomeno poco lungimirante, impedisce che interventi contemporanei vengano realizzati, preoccupandosi troppo di possibili dissonanze materiche, invece di affrontare questioni sulle continuità formali o tipologiche, con l’esistente.
Spesso, gli edifici monumentali, vengono adibiti per ospitare attività pubbliche, ma ciò non può avvenire per le architetture contigue, che, nate per funzioni subalterne, a meno che non sostanzialmente trasformate, non riescono ad assolvere a funzioni specifiche, rendendo poco a chi decide di investire. A questo si aggiunge la questione della qualità degli interventi, questione che pone l’accento anche su questioni estetiche e formali. E’ prassi comune porsi il problema della “continuità storica” degli interventi, problema nato con la rivoluzione post-industriale e soprattutto con la ricostruzione post-bellica. I diversi danni determinati all’interno dei nuclei urbani da quella ricostruzione, che privilegiava la quantità piuttosto che la qualità, hanno determinato una predisposizione prioritariamente negativa nei confronti di qualsiasi intervento architettonico moderno, atteggiamento questo ancora oggi ben radicato. Ma proprio perché spettatori impotenti, ma critici, dei mostri del passato, oggi, più di ieri, siamo in grado di apprezzare e rispettare il patrimonio esistente, riconoscere e capire l’ambiente in cui sta quella unità, quella continuità propria dei centri storici.
Una prima ipotesi di approccio potrebbe essere, come suggeriva anche G. C. Argan, quella di mantenere il più possibile la funzione originaria (3), ma ciò non basta.
Ci sembra più appropriato l’approccio di Roberto Pane: “…è necessario che l’ambiente sia sentito come un’opera collettiva da salvare in quanto tale; e cioè non come integrale conservazione di una somma di particolari, ma come rapporto di masse e di spazi che consenta la sostituzione di un edificio antico con uno nuovo purchè esso sia subordinato al rapporto suddetto”.(4)
La “triade” edificio – isolato – spazio vuoto, proposta inizialmente alla descrizione del centro storico, appare utile anche alla descrizione di una proposta operativa che non può e non vuol basarsi solamente sulla semplice realizzazione di architetture contemporanee nel centro urbano.
Se il pubblico non può e, soprattutto, non deve attuare tutti gli interventi sui singoli edifici esistenti, esso può svolgere la sua azione di controllo attraverso la progettazione degli altri due elementi, l’isolato e lo spazio aperto, una progettazione circoscritta e approfondita, con la quale raggiungere una “immagine” complessiva non traguardabile dal punto di vista dell’intervento del singolo edificio.
L’osservatore esperto noterà che tale proposta non aggiunge niente di nuovo alla prassi di intervento in centro storico: la progettazione dell’isolato è già ampiamente conosciuta e sul progetto dello spazio aperto esiste una vasta bibliografia. Ma sempre lo stesso osservatore non potrà non riconoscere che la prima, quelle poche volte che viene portata avanti, è quasi sempre “scaricata” dalle pubbliche amministrazioni sulle spalle dell’iniziativa privata che, ovviamente, ha intenzioni altre rispetto al “pubblico interesse”, e che il progetto dello spazio aperto si riduce troppo spesso alla semplice scelta di elementi di arredo urbano. La necessità di una ridefinizione oggettiva e non preconcetta degli strumenti di intervento sull’esistente porta quindi a proporre una progettazione mirata e specifica per ogni brano di tessuto storico al posto dell’attuale pianificazione propria dei piani di recupero capaci di normare oramai solo gli aspetti di superficie dei manufatti edilizi (intonaci, tinteggiature, etc., etc…).

claudio canullo, michela kumka, antonio pagnanelli,

andrea stortoni, benedetta zampolini

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note

(1) P. di Nardo, dall’editoriale di AND n. 7, dic 2006;
(2) C. Boito, Questioni pratiche di belle arti, Hoepli, Milano 1893, p. 29;
(3) G. C. Argan, Edilizia popolare e tutela monumentale, in “Edilizia Popolare”, n.1, a. 1954;
(4) R. Pane, Città antiche edilizia nuova, relazione al Convegno dell’INU di Torino del 1956, pub. vol. omonimo E.S.I., Napoli 1959, p. 71;

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