Per il ripristino del velario del teatro di Tolentino

25 novembre 2008 § 1 Commento

voltaIl consumo individualistico di un’infinità di “spettacoli” multimediali a portata di mano rischia di ridurre le tradizionali strutture deputate allo spettacolo alla stregua degli oggetti obsoleti, scivolati dal piano dell’attualità al sottofondo dell’archeologia. Viene perciò da chiedersi se abbia ancora senso ciò che scrisse ai primi dell’Ottocento Madame de Staël, entusiasta della civiltà teatrale inaugurata in Germania da Lessing, Goethe e Schiller, sull’essenza del teatro: “il teatro rivela l’uomo all’uomo e gli ispira un sacro terrore delle tempeste dell’anima”.
Se il teatro è stato “scuola” di umanità e “tempio” di idealità, crogiolo di sociabilità e palestra di pensiero, cosa “rivela”, oggi, la materiale rovina di uno storico edificio teatrale (per incuria, dolo, fatalità)? Quali intime reazioni? Forse la rassegnazione e l’indifferenza cui ci abitua l’assistere all’incontenibile smantellamento dei segni della memoria storica nelle nostre città, nei nostri paesaggi? Si avverte comunque un generale fondo di tristezza, è ovvio, e si vorrebbe riavere quanto si perde. Ma spesso il nostro volere è incerto, e lasciamo correre. È capitato a quel gioiello di acustica che era l’elegante uditorio neoclassico del teatro delle Muse di Ancona, danneggiato dai bombardamenti del ’43, ma recuperabilissimo: eppure…, prima abbandonato in rovina, poi eradicato, quindi, dopo un’eternità, sostituito da una mirabile ma problematica struttura nuova. A Venezia, però, la sfavillante gran sala della Fenice l’hanno rifatta com’era nel 1792 dopo l’incendio del 1836, e di nuovo dopo quello del 1996 (e così fecero col campanile di San Marco crollato nel 1902). Comunque, ogni caso detta le più opportune soluzioni, in teoria: ma in pratica? Non sono forse troppi – lo dice l’esperienza – i rischi di indebite, incongrue, sciatte manomissioni, spacciate per degne operazioni di recupero?
Mi pongo queste domande quasi filosoficamente, pensando all’incendio che nell’afosa e distratta estate del 2008 ha mezzo devastato il teatro Vaccaj di Tolentino: il più bel gioiello di famiglia della nostra invidiabile eredità marchigiana di teatri storici. Insieme al tetto e agli apparati del palcoscenico è andato in fumo il velario dispiegato con grazia antica sopra il giro di lesene raffaellesche nobilitanti in modo insolito la sala a palchetti, che per fortuna pare recuperabile senza troppe difficoltà. Ed è salvo l’atrio dipinto, che pare uscito miracolosamente intatto da uno scavo archeologico ercolanese.
Il nocciolo della urgente questione del recupero del Vaccaj è il rigonfio velario ad ombrello. È questo, rispetto ai consueti apparati “all’italiana” delle sale a palchetti, il solo elemento neoclassico intensamente evocativo del modello di riferimento dei teatri antichi. Fu emblema apollineo di un ‘rinascimento’ dell’architettura teatrale nell’uditorio della nuova Comédie Française (1771-82). Non può non riaverlo la sala di Tolentino, con la sua curva a ferro di cavallo ricalcante quella del teatro greco secondo la lezione di Vitruvio data nel 1758 dal marchese Galiani, già accolta dall’amico Vanvitelli nel progetto del teatro per la corte di Caserta: curva su cui, a Caserta e a Tolentino, gira un peristilio a rilievo nel primo caso di semicolonne, nel secondo di lesene, ad imposta di nervature e creste del velario all’antica, alludendo nel colpo d’occhio ad un’immensa, favolosa voliera.
Si impone dunque, a mio avviso, per ragioni formali ed acustiche, un serio progetto di filologico ripristino del velario e, per quanto possibile, della sua decorazione pittorica. Solo ritrovando l’armonia perduta si potrà rimediare al danno subito non solo dalla comunità locale, ma da quella internazionale, trattandosi di un bene culturale di rara qualità. Fra i primi edifici specifici d’Italia consacrati allo spettacolo nel secolo dei Lumi, e fra gli apprezzati
modelli di riferimento per l’architettura teatrale europea, il teatro fu inaugurato nel 1797, poco dopo lo storico trattato firmato in città dal generale Bonaparte e da Pio VI (città fatale per Napoleone, “teatro” della definitiva disfatta francese del 1815 nella battaglia fra Murat e le truppe austriache). Progettato nel 1788 con ispirazione plutarchiana come un pubblico monumento dell’antica Roma repubblicana (anticipazione italiana dello spartano stile franco-prussiano degli anni intorno al 1800), fu dipinto dallo stesso artista al modo pompeiano-ercolanese. Giuseppe Lucatelli, che ebbe notorietà per aver copiato a pastelli, su incarico del governo francese, l’incantevole volta dipinta a Parma da Correggio nella monastica Camera di San Paolo (riecheggiante nell’originaria decorazione del velario tolentinate), consegnò al pubblico un’“opera d’arte totale”: fine objet de curiosité fra le rotte del Grand Tour.

Cristiano Marchegiani, Storico dell’architettura teatrale, docente incaricato di Storia dell’architettura antica e medievale, e di Cultura e storia del disegno industriale presso l’Università di Camerino.

NOTA. – Fra i miei contributi sull’architettura teatrale segnalo:

Un teatro dei tempi della Rivoluzione. Il pittore Giuseppe Lucatelli e l’esordio di Tolentino come architetto teatrale, in “Quaderni del Bicentenario”, pubblicazione periodica per il bicentenario del Trattato di Tolentino (19 febbraio 1797), n. 7-8 (2001-2002), pp. 7-31; in corso di ristampa nella monografia sul teatro promossa dalla locale Accademia Filelfica, a cura di G. Semmoloni. Un mio libro di imminente pubblicazione analizza ulteriormente e diffusamente i nessi fra la Gesamtkunstwerk di Tolentino e la cultura neoclassica europea.

Passaggio al Neoclassico. Dalla salle oblongue verso la cavea vitruviana: geometrie teatrali nel secondo Settecento fra Parigi e Roma, in “Studiolo. Revue d’histoire de l’art de l’Académie de France à Rome”, Paris, 3 (2005), pp. 133-168; sul Vaccaj, p. 164.

I teatri neoclassici e il rebus dell’acustica. Riflessi nelle Marche di esperienze europee (con un estratto dal trattato di Chladni, e qualche nota di attualità), in “Quaderni Musicali Marchigiani”, Urbino, 11 (2004), a cura di R. Graciotti, pp. 23-68; sul Vaccaj, pp. 28, 33, 39, 51, e fig. 3; sulle dibattute questioni acustiche dei vari tipi di plafonds, pp. 47-54.

La via antica per un teatro nuovo: un decalogo di Raffaele Stern per gli architetti neoclassici, in Il Teatro Nuovo di Spoleto, a cura di G. C. Càpici, Roma, Pilaedit, 2003, pp. 69-94; sui velari lunettati all’antica, passim.

Istruzioni per “un nuovo progetto di facciata” ed altre modifiche “suggerite” a Pietro Ghinelli per il progetto del teatro delle Muse di Ancona. Valadier occulto coautore?, in “Studia Picena. Rivista marchigiana di storia e cultura”, Ancona, LXVIII (2003), pp. 447-524.

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§ Una risposta a Per il ripristino del velario del teatro di Tolentino

  • Anonimo ha detto:

    I cartoni predisposti da Luigi Fontana per il Teatro Vaccaj, secondo quello che mi è stato detto, furono utilizzati dal suo allievo Nicola Achilli per il soffitto della Sala Consiliare del Comune di Monte San Pietrangeli.
    Sarà utile, immagino, per i restauratori del teatro, avere un certo numero di figure a disposizione…

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